In uno studio su 22.547 visite annuali, gli esami di alto valore sono stati ordinati il 14,3% in meno e completati il 13,1% in meno dopo una visita virtuale rispetto a una visita in presenza. È un’associazione osservazionale statunitense, non una sentenza sulla telemedicina: mostra però dove un percorso digitale può perdere il contatto con il campione.
La videochiamata termina. Il medico ha ascoltato, aggiornato la terapia, spiegato quali controlli servono e inviato le richieste. Sul calendario la visita è conclusa.
Nel corpo della persona, però, la domanda clinica è ancora aperta.
Per rispondere servono un luogo raggiungibile, un’identificazione certa, un campione raccolto correttamente, un’analisi affidabile e un risultato che torni a chi deve interpretarlo. Tra il clic su “prescrivi” e il dato clinicamente utilizzabile esiste una distanza che la telemedicina non annulla. In alcuni casi può renderla più visibile; in altri può allungarla.
Un nuovo studio pubblicato il 25 febbraio 2026 su JAMA Network Open ha provato a misurare proprio questa frizione. Il risultato non autorizza a dire che la televisita faccia perdere esami o peggiori gli esiti. Dice qualcosa di più circoscritto e, per questo, utile: dopo visite annuali virtuali, in un grande sistema sanitario statunitense, quindici esami di screening e monitoraggio sono stati ordinati e completati meno spesso che dopo visite in presenza.
Il dato più comodo sarebbe fermarsi agli esami evitati. Quello più importante è chiedersi quali esami siano rimasti indietro.
Che cosa è stato confrontato
Lo studio integrale è una coorte retrospettiva basata sulle cartelle cliniche elettroniche di Mass General Brigham. Gli autori hanno esaminato visite annuali di adulti svolte tra gennaio 2022 e ottobre 2023 e hanno abbinato le visite virtuali a visite in presenza dello stesso medico e dello stesso anno, usando un propensity score per rendere i gruppi più confrontabili.
L’analisi finale comprende 22.547 visite abbinate, riferite a 20.948 persone e 87 strutture di primary care. Le visite virtuali erano 3.887; quelle in presenza 18.660. L’età media era 51 anni, il 69,2% delle persone era di sesso femminile e quasi tutte utilizzavano il portale digitale del sistema sanitario.
Gli autori hanno osservato quindici esami classificati, in specifiche condizioni cliniche, come ad alto o basso valore. Fra quelli ad alto valore comparivano HbA1c, profilo lipidico e alcuni screening oncologici nelle fasce d’età raccomandate. Fra quelli a basso valore comparivano, per esempio, esami di screening eseguiti senza un’indicazione sostenuta dalle raccomandazioni considerate.
Per ogni visita sono state separate due azioni:
- l’ordine, attribuito al comportamento del professionista;
- il completamento, definito come presenza del risultato nella cartella elettronica entro undici mesi e calcolato tra gli esami ordinati.
Questa separazione è il cuore dello studio. Un esame può non partire perché non viene richiesto. Oppure può essere correttamente richiesto e non arrivare mai al risultato. Sono problemi diversi e chiedono contromisure diverse.
I numeri: meno basso valore, ma anche meno alto valore
Dopo le visite in presenza, il 54,8% degli esami ad alto valore eleggibili veniva ordinato. Rispetto a questa base, nelle visite virtuali il tasso di ordine era inferiore del 14,3% in termini relativi. Fra gli esami ordinati, il completamento era dell’87,7% dopo la visita in presenza e risultava inferiore del 13,1% in termini relativi dopo quella virtuale.
Per gli esami a basso valore la riduzione era più ampia: −19,3% nell’ordine rispetto a un tasso in presenza del 27,8% e −17,3% nel completamento rispetto al 91,1%.
Qui la televisita mostra un possibile vantaggio: l’attrito logistico può scoraggiare una parte degli esami di scarso beneficio. Ma non è un filtro selettivo. Anche gli esami raccomandati arretrano.
Due esempi sono particolarmente concreti. Per l’HbA1c, rispetto alle visite in presenza, l’ordine era inferiore del 16,1% e il completamento del 13,4%. Per il profilo lipidico le differenze relative erano rispettivamente −15,3% e −14,7%.
Queste percentuali non sono differenze in punti percentuali. Sono variazioni relative rispetto ai tassi osservati dopo le visite in presenza. Confondere le due misure amplificherebbe o deformerebbe il risultato.
Anche il tempo cambia. Per la categoria definita dagli autori “point-of-care laboratory”, il tempo mediano al completamento era zero giorni dopo una visita in presenza e quindici giorni dopo una visita virtuale. Per gli esami programmati, come mammografia e screening colorettale, le mediane erano 62 e 86 giorni.
Quindici giorni non descrivono un ritardo clinicamente grave in ogni caso. Descrivono però il prezzo organizzativo di un secondo viaggio: la visita può avvenire da casa, il campione no.
Attenzione: “point of care” qui non significa necessariamente POCT
La terminologia dello studio richiede una precisazione. Gli autori distinguono esami eseguibili nella stanza della visita o nel laboratorio presente nella struttura da esami da programmare in un momento successivo. Nelle analisi aggregate chiamano “point-of-care laboratory” un gruppo che comprende HbA1c, lipidi, emocromo, profilo metabolico, TSH, PSA ed esame delle urine.
Non significa che ogni determinazione sia stata eseguita su un analizzatore POCT portatile vicino al paziente. È una categoria di flusso operativo: test che, durante una visita in presenza, possono essere effettuati subito o passando dal laboratorio della sede.
La distinzione non è semantica. Un HbA1c eseguito su uno strumento point-of-care e un campione venoso inviato al laboratorio centrale possono condividere l’obiettivo clinico, ma hanno requisiti differenti per matrice, identificazione, controllo di qualità, comparabilità, refertazione e responsabilità professionale.
Usare lo studio come prova della superiorità o inferiorità analitica del POCT sarebbe scorretto. Il lavoro misura soprattutto che cosa accade quando la diagnosi e il monitoraggio perdono la co-localizzazione con la visita.
Il fatto, l’interpretazione, ciò che non sappiamo
Il fatto è un’associazione: in questa coorte, tutti i quindici esami considerati sono stati ordinati e completati meno spesso dopo una visita virtuale rispetto a una visita in presenza. La riduzione è stata maggiore per gli esami a basso valore, ma ha coinvolto anche quelli ad alto valore.
L’interpretazione degli autori è che la telemedicina possa introdurre attriti sia per il professionista sia per il paziente. Il medico potrebbe avere meno occasioni o promemoria per ordinare; la persona, dovendo organizzare un accesso separato, potrebbe rinviare o non completare.
Ciò che lo studio non dimostra è un rapporto causale. La scelta della modalità di visita non era randomizzata. Il matching riduce alcune differenze osservabili, ma non elimina fattori non misurati: preferenze, condizioni di salute, disponibilità di trasporto, organizzazione familiare, gravità clinica o ragioni per cui una persona e il medico hanno scelto la televisita.
La popolazione proveniva da un unico grande sistema sanitario degli Stati Uniti, era in larga parte bianca, anglofona, assicurata commercialmente e molto attiva sul portale digitale. L’analisi riguardava visite annuali, non urgenze, dimissioni, follow-up specialistici o telemonitoraggio. Non misurava diagnosi mancate, complicanze, ricoveri né esiti clinici.
I numeri non possono quindi essere applicati all’Italia come una previsione. Possono essere usati come segnale di rischio organizzativo da verificare nei nostri dati.
Il traguardo italiano apre una domanda più difficile
La pagina del Ministero della Salute dedicata al target PNRR M6C1-9 indica come raggiunto il traguardo di almeno 300.000 persone assistite mediante strumenti di telemedicina entro giugno 2026.
È un passaggio importante. Ma dopo aver contato quante persone entrano in un servizio digitale, serve misurare quante domande cliniche vengono davvero chiuse.
AGENAS ha pubblicato un Glossario nazionale di telemedicina e modelli orientativi per uniformare definizioni e progettazione di televisita, teleconsulto, teleassistenza, telemonitoraggio e telecontrollo. Il linguaggio comune è necessario. Non sostituisce però il disegno dell’ultimo miglio diagnostico.
Immaginiamo una persona con diabete che svolga online la visita di controllo. Il medico verifica sintomi, terapia e misurazioni domiciliari e richiede HbA1c, creatinina e profilo lipidico. La prescrizione entra nel sistema. A questo punto le domande operative sono molte:
- dove e quando sarà raccolto il campione;
- se la persona debba prenotare o possa accedere direttamente;
- quali istruzioni preanalitiche riceva;
- come vengano gestite identificazione e priorità;
- chi controlli che l’esame sia stato eseguito;
- chi intercetti un risultato critico o inatteso;
- chi richiami se dopo giorni il risultato non esiste;
- come venga documentata la decisione successiva.
Se nessuno possiede l’intera sequenza, la visita è digitale soltanto nella parte più visibile. Il resto rimane affidato alla capacità della persona di ricomporre il servizio.
Una richiesta non è un risultato
La sicurezza non richiede di trasformare ogni televisita in un appuntamento in presenza. Richiede di progettare un circuito chiuso.
Prima che la connessione termini, la persona dovrebbe conoscere sede, finestra temporale, preparazione necessaria e canale per segnalare un ostacolo. La richiesta dovrebbe raggiungere senza trascrizioni il punto di prelievo o di esecuzione. Il sistema dovrebbe riconciliare automaticamente ordine, campione e risultato e generare un avviso se un esame importante resta incompleto oltre il tempo clinicamente previsto.
Non esiste una soglia universale di tre, sette o quindici giorni. L’urgenza dipende dalla domanda clinica. Proprio per questo la richiesta deve contenere priorità, contesto e responsabilità, non soltanto un codice di prestazione.
Un vero ciclo diagnostico può essere descritto con pochi passaggi verificabili:
- indicazione appropriata e urgenza documentata;
- prenotazione o accesso resi concretamente possibili;
- identificazione, raccolta e fase preanalitica sotto controllo;
- analisi con qualità dimostrabile;
- risultato trasmesso e associato alla richiesta corretta;
- presa visione professionale e comunicazione alla persona;
- decisione clinica o follow-up registrati;
- recupero attivo degli esami non completati quando rilevanti.
L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda nelle proprie raccomandazioni sugli interventi digitali che la sanità digitale non sostituisce un sistema sanitario funzionante. La sua guida all’implementazione della telemedicina insiste su pianificazione, attuazione, manutenzione e valutazione. Tradotto nella diagnostica: il collegamento video è un componente, non il percorso.
Il POCT può accorciare la distanza, non abolire la governance
In alcune reti un test point-of-care potrebbe ridurre il secondo accesso: HbA1c, anticoagulazione o altri parametri possono essere misurati in una Casa della Comunità, in un ambulatorio o, dove previsto e appropriato, in farmacia. Ma spostare l’analizzatore non chiude automaticamente il circuito.
Restano selezione del metodo, verifica delle prestazioni, controllo interno, valutazione esterna della qualità, manutenzione, competenza degli operatori, identificazione del paziente, connettività, intervalli decisionali, gestione degli errori e confronto con il laboratorio. Se il risultato non raggiunge in modo affidabile il professionista che ha condotto la televisita, il test è vicino alla persona e lontano dalla cura.
Qui il ruolo di ponte tra industria, formazione e territorio diventa operativo. L’industria deve progettare interoperabilità, tracciabilità e assistenza, non soltanto tempi analitici brevi. Chi forma deve insegnare il processo completo e le condizioni in cui il risultato non è affidabile. Il biologo e il laboratorio devono presidiare qualità e comparabilità. Il medico deve definire indicazione, urgenza e conseguenza clinica. Farmacie, Case della Comunità e punti di prelievo possono offrire accesso, ma devono essere integrati nella stessa catena informativa. La piattaforma di telemedicina deve riconoscere anche ciò che manca, non soltanto archiviare ciò che arriva.
Il POCT è un ecosistema, non una macchina. Nella telemedicina questo principio diventa ancora più evidente: la prossimità non è il numero di chilometri tra paziente e analizzatore, ma la continuità fra domanda, campione, risultato e decisione.
Misurare le visite non basta
La mia posizione è che il successo della telemedicina non debba essere valutato soltanto con accessi, collegamenti o prestazioni erogate. Per i percorsi che generano richieste diagnostiche servono indicatori di chiusura:
- quota di esami appropriati ordinati;
- quota completata entro il tempo previsto;
- tempo fra ordine e risultato;
- ordini rimasti senza esito;
- risultati critici comunicati nei tempi;
- decisioni cliniche documentate dopo il risultato;
- differenze per età, distanza, fragilità, lingua e competenze digitali.
Ridurre gli esami inutili è un risultato desiderabile. Perdere insieme quelli necessari non lo è. La qualità sta nella capacità di distinguere i due fenomeni, non nella semplice diminuzione del volume.
Una visita può chiudersi con il pulsante rosso della videochiamata. Un percorso diagnostico si chiude soltanto quando il risultato è arrivato alla decisione — oppure quando qualcuno ha riconosciuto che manca e ha agito.
Nel vostro percorso, chi vede — e chi chiude — un esame prescritto in televisita che dopo quindici giorni non è ancora stato eseguito?
