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Farmacia dei servizi

IL TEST ERA SOLO L’INIZIO. 116 PERSONE NON SONO TORNATE.

In 141 farmacie spagnole, 2.116 persone a rischio hanno misurato creatinina ed eGFR: 408 hanno avuto uno screening positivo, mentre il 22,2% di chi doveva ripetere il test non si è ripresentato. La diagnostica di prossimità vale quanto il percorso che riesce a completare.

Il secondo appuntamento era il più importante.

Non serviva a ripetere per prudenza un risultato già certo. Serviva a capire se il primo segnale fosse transitorio oppure abbastanza persistente da richiedere l’invio al medico.

Su 523 persone invitate a tornare in farmacia, 164 hanno ottenuto una seconda misurazione negativa e 243 una positiva. Centosedici non sono tornate.

È accaduto in Spagna, dentro uno dei più estesi studi europei sullo screening della malattia renale cronica nella farmacia di comunità. Il progetto ha dimostrato una cosa importante: un farmacista formato, con un POCT per la creatinina e un protocollo condiviso, può intercettare persone a rischio che non avevano eseguito quell’esame nell’ultimo anno.

Ha mostrato anche il limite che spesso scompare dalle fotografie promozionali: un risultato anomalo non è ancora una diagnosi e un invio non è ancora una presa in carico.

La macchina impiega pochi minuti. Il servizio continua per settimane, talvolta per mesi.

Che cosa è accaduto in 141 farmacie

Lo studio multicentrico osservazionale CRIERFAC, pubblicato sull’International Journal of Pharmacy Practice, ha coinvolto 141 farmacie distribuite in 40 province e in 16 delle 17 comunità autonome spagnole. Il reclutamento si è svolto tra gennaio e luglio 2023; l’articolo è stato pubblicato online l’11 ottobre 2025 ed è entrato nel fascicolo di giugno 2026 della rivista.

Non si trattava di uno screening indiscriminato.

Potevano partecipare persone senza diagnosi nota di malattia renale cronica e senza una misurazione della creatinina nell’anno precedente: tutti gli over 60 oppure gli adulti tra 45 e 60 anni con almeno un fattore di rischio, fra diabete, ipertensione, dislipidemia, obesità, malattia cardiovascolare, familiarità o uso prolungato di farmaci potenzialmente nefrotossici.

Il farmacista raccoglieva sangue capillare, misurava la creatinina con uno strumento point-of-care e calcolava la velocità di filtrazione glomerulare stimata, o eGFR, con l’equazione CKD-EPI. Il protocollo applicava soglie adattate all’età e prevedeva una seconda determinazione dopo un mese per i valori di confine. I casi classificati come positivi venivano indirizzati al medico di medicina generale con una relazione.

Dopo le esclusioni, i partecipanti analizzati alla prima visita sono stati 2.116:

  • 1.428, il 67,5%, hanno avuto uno screening negativo;
  • 165, il 7,8%, uno screening positivo già alla prima misurazione;
  • 523, il 24,7%, dovevano ripetere il test.

Nel gruppo richiamato, 164 persone sono risultate negative alla seconda misurazione e 243 positive. Le altre 116 non si sono ripresentate: il 22,2% di chi aveva bisogno del controllo, pari al 5,5% dell’intero campione.

Alla fine, 408 persone — il 19,3% secondo l’analisi per intenzione di trattamento — sono state classificate con screening positivo e inviate al medico.

Questi numeri raccontano due successi e una frattura. La farmacia ha raggiunto una popolazione selezionata ad alto rischio. La ripetizione ha evitato di etichettare come positive 164 persone. Ma quasi una persona su quattro tra quelle collocate nella zona di incertezza non ha completato il secondo passaggio.

Screening positivo non significa 408 nuove diagnosi

Qui il linguaggio deve diventare più preciso del titolo di una campagna.

La malattia renale cronica non viene diagnosticata attraverso una singola creatinina capillare. Le linee guida KDIGO 2024 definiscono la cronicità attraverso anomalie strutturali o funzionali presenti per almeno tre mesi. Raccomandano inoltre, nelle persone a rischio, di valutare sia la filtrazione glomerulare sia l’albuminuria e di ripetere un eGFR ridotto o un rapporto albumina/creatinina aumentato rilevati incidentalmente.

CRIERFAC ha misurato la creatinina e stimato l’eGFR, ma non ha incluso l’albuminuria. E il secondo test, quando previsto, è stato eseguito dopo un mese, non dopo almeno tre mesi.

Per questo è corretto parlare di 408 screening positivi, non di 408 diagnosi certe di malattia renale cronica.

La differenza è clinica, non semantica.

Una persona può avere un eGFR temporaneamente ridotto per disidratazione, una condizione acuta, farmaci o variabilità biologica e analitica. Al contrario, una persona con eGFR conservato può avere albuminuria e quindi un danno renale che uno screening basato soltanto sulla creatinina non vede.

Anche la creatinina ha i suoi punti ciechi. Dipende dalla massa muscolare, dall’alimentazione, da alcune terapie e dalle condizioni per le quali l’equazione di stima è meno affidabile. Lo stesso studio ha escluso, fra gli altri, gravidanza, malattie muscolari, amputazioni, malnutrizione ed estremi di indice di massa corporea proprio per ridurre questi problemi interpretativi.

Il risultato POCT non è “il rene funziona” oppure “il rene è malato”. È un’informazione probabilistica inserita in una persona concreta.

Il caso che dimostra perché il richiamo non è burocrazia

Immaginiamo due persone con lo stesso risultato di confine.

La prima torna dopo un mese. L’eGFR è rientrato nella fascia prevista dal protocollo. Il farmacista comunica che lo screening non ha confermato il segnale, senza trasformare quel dato in una garanzia assoluta e ricordando i controlli appropriati al profilo di rischio.

La seconda non torna. Nel database resta una prima misurazione incerta: non abbastanza rassicurante per chiudere il caso, non abbastanza solida per sostenere una diagnosi.

Dal punto di vista dello strumento, entrambi i test sono stati eseguiti correttamente. Dal punto di vista della sicurezza del paziente, i due percorsi non hanno lo stesso esito.

Il secondo appuntamento non è dunque un accessorio organizzativo. È parte della prestazione. Se il protocollo richiede una conferma, la capacità di richiamare, prenotare, documentare e recuperare chi non si presenta diventa una componente della qualità tanto quanto il controllo interno o la corretta raccolta della goccia di sangue.

Questo non significa attribuire la responsabilità alla persona che manca il controllo. Distanza, orari di lavoro, fragilità, comprensione del rischio, costi indiretti, paura del risultato e passaggi non coordinati possono incidere sull’adesione. Uno studio osservazionale non permette di sapere quale causa abbia pesato sui 116 mancati ritorni.

Permette però di formulare una domanda verificabile: il sistema ha reso il secondo passaggio abbastanza semplice da completare?

L’invio al medico non chiude il cerchio

Anche dopo uno screening positivo, la traccia si assottiglia.

Tra le 408 persone inviate al medico, 352 hanno dichiarato di considerare rilevante il risultato e di accettare l’invio. Trentuno lo hanno rifiutato. Soltanto 140 hanno poi riferito di essersi rivolte al medico di medicina generale.

Fra queste 140, 84 hanno dichiarato una nuova misurazione, 12 un invio allo specialista e 44 nessuna modifica del percorso. Le informazioni sull’azione del medico erano riferite dai partecipanti, non estratte direttamente da una cartella clinica. Gli autori indicano infatti tra i limiti la perdita al follow-up, la documentazione incompleta e l’assenza di una comunicazione bidirezionale efficace tra farmacia e assistenza primaria.

Non possiamo concludere che tutte le altre persone non siano state valutate: il follow-up era volontario e incompleto. Possiamo concludere che lo studio non è riuscito a documentare l’intero esito clinico della maggioranza degli invii.

È una distinzione fondamentale fra fatto e interpretazione.

Il fatto è che 408 screening sono risultati positivi e che per 140 partecipanti è stata riferita una visita dal medico. L’interpretazione organizzativa è che consegnare una relazione alla persona, da solo, non produce un percorso chiuso e misurabile. Non è una prova di inefficienza della farmacia o della medicina generale; è la fotografia di un collegamento ancora affidato in buona parte al paziente.

Il prossimo studio aggiunge albuminuria e una seconda porta

Un protocollo tedesco pubblicato il 5 giugno 2026 su BMC Nephrology prova ad affrontare alcuni di questi vuoti.

APOSCREEN-1 prevede di reclutare 1.000 adulti in 20 farmacie dello Schleswig-Holstein. Lo screening non riguarda soltanto il rene: integra pressione arteriosa, HbA1c, profilo lipidico e albuminuria, con il rapporto albumina/creatinina urinaria, per individuare fattori di rischio cardiovascolare, renale e metabolico non conosciuti o non controllati.

Le persone con valori anomali vengono invitate a una valutazione di conferma in un centro dello studio o dal proprio medico. Il centro ripete i parametri, aggiunge creatinina e altre misurazioni, offre monitoraggio pressorio e produce una relazione medica. Il protocollo prevede inoltre soglie critiche e procedure di emergenza.

È un disegno più vicino a un percorso “a circuito chiuso”. Ma occorre rispettarne lo stato delle prove: APOSCREEN-1 è un protocollo in corso, non uno studio con risultati clinici. Il reclutamento è iniziato il 1° aprile 2026 e, al momento della pubblicazione, non sappiamo ancora quante persone completeranno la conferma, quante diagnosi emergeranno né se cambieranno terapie o prognosi.

Anche i finanziamenti devono restare visibili. CRIERFAC ha ricevuto supporto da AstraZeneca, che ha fornito i dispositivi; gli autori hanno dichiarato assenza di conflitti personali. APOSCREEN-1 riceve fondi accademici e contributi o donazioni da più aziende farmaceutiche, con dichiarazioni degli autori sui rapporti professionali. Queste informazioni non annullano i dati, ma impediscono di trasformare uno studio o un protocollo in pubblicità.

Che cosa cambierebbe in Italia

Una sperimentazione spagnola o tedesca non autorizza automaticamente lo stesso servizio nelle farmacie italiane.

Il quadro nazionale della farmacia dei servizi consente già diversi test di prima istanza. L’articolo 2 del decreto ministeriale 16 dicembre 2010 comprende, fra gli altri, creatinina e componenti delle urine come proteine e sangue. La norma parla di dispositivi per test di autocontrollo e di prestazioni analitiche di prima istanza, non di sostituzione del laboratorio o di diagnosi autonoma.

Lo stesso decreto richiede spazi dedicati, tutela della riservatezza, rispetto dei profili professionali e formazione. Il direttore della farmacia risponde inoltre della corretta installazione e manutenzione dei dispositivi secondo l’articolo 5.

Per trasferire uno screening renale occorrerebbe verificare almeno destinazione d’uso del dispositivo, matrice, popolazione validata, formazione, controllo di qualità, equazione e soglie adottate, responsabilità dell’interpretazione, accordi regionali, collegamento con il medico e trattamento dei dati. Il rapporto albumina/creatinina quantitativo, in particolare, non va assimilato senza verifica a una generica ricerca di proteine urinarie.

Il Regolamento europeo IVDR non rende equivalente qualunque strumento che misuri la creatinina: contano la destinazione prevista dal fabbricante, l’ambiente near-patient, gli utilizzatori e le prestazioni dichiarate.

Nessuno di questi passaggi dovrebbe diventare una guerra di competenze.

Il farmacista offre accessibilità, selezione e continuità relazionale. Il biologo e il laboratorio portano verifica analitica, comparabilità, controllo esterno e gestione delle discrepanze. Il medico integra il risultato con anamnesi, farmaci, pressione, diabete, albuminuria e segni clinici e decide approfondimenti e terapia. L’industria deve fornire evidenze trasparenti, formazione tecnica e connettività senza occupare il luogo della decisione clinica.

La diagnostica di prossimità nasce quando questi ruoli si incastrano; si indebolisce quando uno di essi viene trasformato in un semplice terminale della macchina.

Un protocollo minimo per non perdere il secondo test

La mia opinione professionale è che uno screening renale territoriale non dovrebbe essere valutato anzitutto dal numero di cartucce utilizzate. Dovrebbe dichiarare, prima di partire, come seguirà ogni risultato fino alla conferma o a una chiusura motivata.

Un modello credibile dovrebbe includere almeno:

  1. Selezione mirata. Età e fattori di rischio definiti, esclusioni esplicite e verifica degli esami recenti, per evitare test ripetuti senza utilità.
  2. Doppia porta diagnostica. eGFR e albuminuria quando appropriato, con la consapevolezza che nessuno dei due sostituisce l’altro.
  3. Qualità documentata. Formazione pratica, controllo interno, valutazione esterna, manutenzione, identificazione di lotto e operatore e gestione dei risultati non validi.
  4. Richiamo già prenotato. Se serve una ripetizione, data e modalità dovrebbero essere concordate prima che la persona lasci il servizio, con un sistema proporzionato di promemoria e recupero.
  5. Invio bidirezionale. Il medico deve ricevere risultato, metodo, unità, eGFR, fattori di rischio e motivo dell’invio; la rete deve poter sapere se il caso è stato confermato, riclassificato o preso in carico, nel rispetto della privacy.
  6. Escalation clinica. Valori gravemente alterati o pazienti sintomatici non possono aspettare il normale richiamo: occorrono soglie e contatti definiti prima dell’avvio.
  7. Indicatori di esito. Non solo test e positività, ma ripetizioni completate, tempo alla conferma, visite effettuate, nuove diagnosi documentate, modifiche terapeutiche, mancate presentazioni e disparità di accesso.

Questa è anche la misura della collaborazione fra industria, formazione e territorio. Un’impresa può rendere il test più semplice; la formazione può rendere l’operatore più competente; solo una governance condivisa può rendere il risultato clinicamente continuativo.

La sedia vuota è un dato

CRIERFAC non dimostra che lo screening renale in farmacia riduca dialisi, ricoveri o mortalità. Non era progettato per farlo.

Dimostra che 141 farmacie hanno potuto selezionare e testare oltre duemila persone a rischio. Mostra che ripetere il test cambia la classificazione: 164 persone sono passate da un risultato da verificare a uno screening negativo. E rende visibile una perdita che molti progetti non misurano: 116 persone non hanno completato proprio il passaggio destinato a ridurre l’incertezza.

Il valore del POCT non finisce quando compare l’eGFR. Comincia lì.

Uno strumento può stare su un banco; una diagnosi renale richiede tempo, albuminuria, conferma, competenze diverse e una comunicazione che torni indietro. È per questo che il POCT è un ecosistema: non per ampliare il perimetro di una professione, ma per evitare che il paziente cada negli spazi fra una professione e l’altra.

La prossima volta che presenteremo un progetto di screening, accanto al numero dei test eseguiti dovremmo lasciare una casella obbligatoria: quante persone hanno completato il percorso?

Nel vostro territorio sapreste dire quanti risultati renali anomali diventano una conferma clinica entro novanta giorni — oppure contate ancora soltanto i test eseguiti?